Pubblicato: domenica, 27 ottobre 2013

Falsificazione Storica, il Grande Inganno: Italiano, chi Sei?

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Il mito risorgimentale poggia su molteplici travisamenti storici, ideali e religiosi, il cui risultato è questo indiscutibile “dogma nazionale“: in Italia, per essere patrioti, occorre amare il Risorgimento, in quanto è con esso che è nata la nostra patria.

Si è sempre voluto “a tutti i costi” (ed oggi con rinnovato spirito) far penetrare nelle menti degli italiani che l’unica via al patriottismo sia la celebrazione risorgimentale, la venerazione dei quattro “padri della patria“. E’ la più grande vittoria della vulgata risorgimentale, nonché il più grande di tutti gli inganni: il far credere che chi narra ciò che è stato occultato (le insorgenze, il settarismo, la guerra alla Chiesa Cattolica, i brogli elettorali dei plebisciti e le stragi di <<briganti>>, ecc.) e di contro non celebra Mazzini e Cavour, Napoleone e Garibaldi, sia <<anti-italiano>> o – comunque – contro l’unità nazionale.oldita

La vittoria del partito piemontese non fu la vittoria dell’Italia e tantomeno degli italiani; fu solo la vittoria di una élite potente e prepotente che – con il pretesto dell’unificazione (poiché tale fu, non unità) – gettò in realtà le basi  storiche, politiche, ideologiche e sociali per la futura affermazione del totalitarismo e di tutte le tragedie che il nostro popolo ha subito nel XX secolo.

Con il Risorgimento nasce lo Stato italiano, non però la nazione italiana; essa esisteva già da secoli, riposava sulla identità italiana – che era ed è cattolica, romana, universale. Il Risorgimento è stato invero proprio la negazione di tutto questo: è stato fatto contro la Chiesa, contro l’idea universale di Roma, senza rispettare – anzi, abbattendole – le tradizionali realtà locali esistenti nella Penisola, riducendo tutto al Piemonte ed al suo re. E – questo – senza alcun consenso popolare, attuato solo da un piccolo gruppo di oligarchi, mediante inganni, corruzione e stragi mai accadute nella precedente storia italiana. Soprattutto, vendendosi anima e corpo allo straniero, anzi: a quei tre stranieri (Gran Bretagna, Francia e Prussia) verso i quali la nostra politica unitaria sarà debitrice o – comunque – subordinata in maniera non minore di quanto lo era quella degli Stati preunitari alla sola Austria.

Se è vero che patriota è chi difende la propria patria, prima dell’unificazione risorgimentale, era perfettamente chiaro chi fossero i patrioti: erano coloro che combattevano per le proprie patrie, secolari e legittime, amate dalle popolazioni (quelli che molti “storici” amano definire insorgenti e “briganti“). Dopo l’unificazione questo non è più così chiaro; infatti, tanto per addurre il più classico degli esempi, è evidente che – nell’ultima guerra civile italiana – tanto i fascisti quanto i partigiani erano patrioti – andando gli uni contro il Capo del Governo e gli altri con il Capo dello Stato. Ciò accade per il semplice motivo che l’Italia nata dal Risorgimento non rispecchia la vera identità nazionale.

Commenta il Massè:

<< Il risorgimento nazionale italiano fu così influenzato e compenetrato dal suo dramma religioso, che senza di esso non è possibile comprenderlo. […] L’aver messo in conflitto nella coscienza degli italiani l’ancor giovane ed immaturo sentimento nazionale con il ben più antico e radicato sentimento religioso, anzi, cattolico con il cittadino, fu ben più che un errore, fu la iattura nazionale. >> 1, (pp. 9-10 e 102)

Come ha detto Rosario Romeo 2, (pp. 163-164):

<< Lo Stato nazionale, che negli intenti dei suoi creatori doveva essere la chiave destinata ad aprire agli italiani le porte del mondo moderno, ha evidentemente fallito nel suo compito; e gli italiani, nei vari ceti e in modi diversi, cercano di inserirsi nella realtà moderna ed europea per altre vie ed in altri contesti. >>

Il che sta a significare non solo che la Rivoluzione italiana ha ferito per sempre l’identità nazionale e diviso gli italiani, ma che essa non è neanche riuscita in realtà a costruire il presupposto della sua esistenza, lo Stato nazionale, in quanto non l’ha costruito nell’animo di quegli italiani che voleva cambiare.

La <<vecchia Italia>> non esiste più (se non nell’animo di singoli ancora legati ai valori della civiltà cattolica), mentre la <<nuova Italia>> non è mai esistita.

Ciò che esiste è un’ibrida commistione di pertinace attaccamento alle radici disvelte  (fondato sull’innato buonsenso degli italiani) e di fallimentare – ma comunque efficace – sovversione anarchica spirituale e morale dell’identità nazionale.

Scrive Galli della Loggia 3, (p. 65):

<< Si delinea in tal modo un fatto decisivo: la tendenziale cesura tra l’identità nazionale e l’identità italiana, cioè tra il modo di nascita e di essere dello Stato nazionale e il passato storico del paese, divenuto la sua natura […]. Per entrare nella modernità, l’Italia ha dovuto – in un certo senso – negare un aspetto importante della sua propria realtà storica. Nel caso italiano, insomma – e perlomeno avuto riguardo alle forme organizzative degli spazi e dei poteri – tra il passato e la modernità non ha potuto esservi alcun trascorrere lento ed appena appena armonico, nessun paesaggio connotato di un minimo di coerenza, non ha potuto stabilirsi alcuno svolgimento organico di premesse indigene. E’ per questo – anche per questo, probabilmente – se la nostra modernità ha avuto un carattere inevitabilmente e drammaticamente parziale, se essa è destinata in qualche modo ad apparire sempre come qualcosa di provvisorio e insieme di “non finito >>.

Vale a dire, la frattura che la Rivoluzione Italiana – nel suo svolgersi contro la Chiesa Cattolica – ha determinato tra Stato e Chiesa (Questione Romana), ovvero fra gli italiani; e siccome ogni questione italiana assume contorni universali, la frattura può considerarsi universale: è la frattura moderna tra laicismo e cristianesimo.

E’ naturalmente in questo contesto generale che – oggi – alcune forze politico-finanziarie vorrebbero imporre agli italiani un ulteriore passo in avanti nella marcia rivoluzionaria. Un passo in realtà già previsto, da sempre; già previsto da Mazzini con la sua Giovine Europa, già previsto nel mondialismo delle forze massoniche di tutti i tempi, il cui obiettivo da sempre è la repubblica universale; il disfacimento dello Stato nazionale, proprio di quello Stato nazionale sorto dal processo risorgimentale.

Come ha ben spiegato Roberto de Mattei 4, sono gli attuali epigoni ideali dei risorgimentali di ieri che vogliono superare quest’ennesima barriera del passato, che vogliono dichiarare superata la necessità di sovranità nazionale, che intendono imporre la sua liquidazione in un non meglio inteso super-Stato anarchicamente decentralizzato. 5, (pp. 87-107)

In realtà, ciò può avvenire proprio in quanto gli italiani sono il popolo europeo meno legato al proprio Stato nazionale, quello che meno avverte il sentimento patriottico di legame indissolubile fra decine di milioni di persone che parlano la stessa lingua, hanno la stessa religione, lo stesso patrimonio artistico e civile, la stessa storia, medesime tradizioni e mentalità. Ciò è infatti dovuto – su questo vi è ormai accordo generale fra gli studiosi – proprio alle modalità storiche che hanno condotto alla formazione dello Stato nazionale italiano.

Non per niente, siamo il popolo più europeista, più pronto a rinunciare al nostro Stato nazionale.

Paese legale e Paese reale.

La vera unità si sarebbe potuta raggiungere in altre maniere, per altre vie, in piena e profonda unità di cuori ed intenti, senza la guerra alla Chiesa ed al clero e senza le stragi degli italiani nel Meridione, senza la corruzione dilagante e senza milioni di emigrati, senza dover dipendere veramente dallo straniero e senza la mai terminata guerra civile nazionale.

Sarebbe bastato rispettare la vera identità nazionale degli italiani per ottenere un vero risorgimento, come gli eventi della primavera del ’48 ben dimostrano.

Sarebbe bastato creare lo Stato unitario non in base alle utopiche istanze della <<Nuova Italia>> educando gli italiani a diventare <<nuovi>> (vorrei ricordare e sottolineare la terrificante utopia dazeglianafare gli italiani” che portò alla Prima Guerra Mondiale), ma in base – anche a costo di metterci più tempo – alle millenarie e tradizionali istanze degli italiani <<veri>>: sarebbe bastato insomma fare la <<vera Italia>>. E’ proprio questa la grande riflessione e scoperta da evidenziare: è possibile essere patrioti senza essere filorisorgimentali? Certo che lo è, appunto a causa delle modalità con cui si è voluto condurre il processo di unificazione nazionale.

E’ questa la vera considerazione da far propria:

combattere contro Napoleone e la Rivoluzione Francese significava combattere per l’Italia, quella vera come era in quei giorni;

combattere con Pio IX significava combattere per l’Italia, quella vera, non quella del partito piemontese.

Nel 1848 tutti combatterono con Pio IX, perché il neoguelfismo (quello onesto) era l’unico vero progetto nazionale e italiano che avrebbe permesso l’unica vera unità nazionale.

I rinnovati richiami al patriottismo possono acquistare funzione positiva solo se disancorati dai protagonisti di quei giorni, gente idolatrata da ormai troppo tempo, che – poco o nulla – ebbe a che fare con gli italiani, quelli veri.

Il patriottismo autentico può fondarsi solo sulla riscoperta della nostra profonda identità nazionale. Una profondità che si inoltra indietro nel tempo per 27 secoli.

Ama l’Italia chi ama gli italiani, chi ama la sua millenaria identità, il suo glorioso e civilissimo passato di magistra gentium e, sulla conservazione di tale identità, di tale passato, vuole fondare – a beneficio delle generazioni che verranno – il futuro della propria patria e quello dell’Europa delle nazioni. (Cosa che oggi non vediamo né vedremo. Anzi, assistiamo a tutto il contrario)

Di un’Europa che non rinnega pateticamente, ma – anzi – rivendica orgogliosamente le sue radici religiose ed identitarie.

Il revisionismo storico è d’obbligo e deve essere – incondizionatamente – un atto di sincero amore per l’Italia, la nazione italiana e per le profonde radici della sua civiltà ed identità nazionale.

Solo in queste radici si potrà ritrovare la giusta fierezza di appartenere ad un popolo che – unico nella storia umana – possiede il <<primato>> per eccellenza: quello di ospitare la Chiesa cattolica e di incarnare la più alta forma di civiltà religiosa, civile, culturale e artistica mai espressa nella storia degli uomini.

Pellicciari: il Risorgimento da riscrivere

RIFERIMENTI

1. D. MASSE’, Il caso di coscienza del Risorgimento italiano, Alba 1946

2. R. ROMEO, Scritti politici. 1953-1987, Milano 1990

3. E. GALLI DELLA LOGGIA, L’identità italiana, Il Mulino, Bologna 1998

4. R. DE MATTEI, La sovranità necessaria

5. M. DE LEONARDIS, L’identità cristiana dell’Europa al bivio tra Europa delle patrie e Leviatano brusselese, in Nova Historica, n.2 (2002)

BIBLIOGRAFIA

MASSIMO VIGLIONE, L’identità ferita, Ares 2006 [vedi]

MASSIMO VIGLIONE, La Vandea italiana, Effedieffe 1995 [vedi]

MASSIMO VIGLIONE, 1861 Le due Italie, Ares 2011 [vedi]

MASSIMO VIGLIONE, Rivolte dimenticate, Città Nuova 2001 [vedi]

ANGELA PELLICCIARI, L’altro Risorgimento. Una guerra di religione dimenticata, Ares 2001 [vedi]

ANGELA PELLICCIARI, Risorgimento da riscrivere, Ares 2007 [vedi]

IDA MAGLI, Omaggio agli Italiani. Una Storia per Tradimenti, BUR Rizzoli 2005 [vedi]

GENNARO DE CRESCENZO, Contro Garibaldi, Il Giglio 2006

 

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