Pubblicato: lunedì, 4 agosto 2014

Anatomia di un Paesaggio politico Devastato

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Il lamentato disagio odierno, non è conseguenza del centralismo statale, bensì di un paesaggio politico devastato in cui non esiste alcuna istituzione che esplichi le funzioni ad essa pertinenti, in modo che la tendenza espansionistica dello Stato non è in alcun modo frenata, nè tantomeno vengono assegnate allo Stato le mansioni che dovrebbero competergli.

Immagine di proprietà di QuiEuropa.it

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Giunge perciò il momento in cui gli scrofolosi intellettuali – quelli cui il fascino dell’inutilità rende meno sicuro il loro giudizio, facendosi sostenere da quella vasta maggioranza delle masse affette da grave miseria intellettuale – dovranno necessariamente calare la maschera. Che piaccia o meno.

Per comprendere al meglio l’intero sottobosco (di matrice socialista, teniamolo bene a mente) – anche qui – sarà necessario partire da abbastanza lontano, volendo considerare che il lettore abbia almeno presente i significati circa il contrattualismo.

Dal secolo XIX in poi, ma anche prima, si affronta una crescente privatizzazione di quelli che sollevano – e che dovrebbero essere – le funzioni e gli obiettivi pubblici.

Tali funzioni, sono andate in linea di massima a trasferirsi alla sfera privata, a misura che la pressione del liberalesimo si attua: prima ad indebolire lo Stato a vantaggio delle istituzioni, poi – a sua volta – indebolirle a vantaggio degli individui.

In altri termini, il liberalesimo asseconda – in un primo tempo – la naturale tendenza espansionistica, insita nelle istituzioni private, a spese dello Stato. Tale siffatta tendenza espansionistica è connaturata in misura uguale allo Stato ed alle istituzioni private, per cui solo nel vicendevole equilibrio tra l’uno e le altre, si può riscontrare l’optimum dell’organizzazione politica. Una congiuntura così favorevole, purtroppo, si verifica assai raramente.

Proviamo a considerare le azioni svolte dalla Chiesa durante il Medio Evo e dai sindacati nell’ora presente. Entrambe le organizzazioni tentarono di assorbire, incorporandole nella stessa giurisdizione, tanto lo Stato che le attività private.

Mentre alla Chiesa si riuscì ad imporre un freno, l’azione dei sindacati prosegue a tutt’oggi.

L’espansionismo istituzionale, come nei casi suindicati, non si manifesta per effetto di intenzioni malvagie o per attuare un piano di dominazione classista, ma per il più semplice motivo che la Chiesa medievale ed i sindacati contemporanei, sono organismi vigorosi, dotati alla tendenza di monopolizzare o duplicare svariate funzioni pratiche, di competenza di altri organismi sociali e politici.

L’ideologia liberale pervenne ad attuare nel secolo XIX, ciò che la Chiesa aveva compiuto nel secolo XII.

Nel corso di soli 200 anni, il liberalesimo ha permeato le istituzioni, la cultura, la religione e la morale, al punto che – in ossequio allo spirito liberale – le iniziative in questi settori, caddero in buona sostanza nella sfera privata.

Conseguentemente, nei confronti dello Stato e delle sue attribuzioni, andò a determinarsi un clima confuso, che possiamo così riassumere: per un verso, lo Stato si asteneva dall’interferire con l’azione svolta da quella che Adam Smith definì la “mano invisibile“, concepita come armonia prestabilita da una volontà divina secolarizzata e – allo stesso tempo – si astiene dal frapporre ostacoli alla “illuminata ragione umana” ed allo “egoismo illuminato“.

Dobbiamo tener ben presente che tali concetti sostituirono rispettivamente le nozioni di legge naturale e di bene comune, facendo in modo che queste rientrassero nella sfera privata.

Da un altro lato, lo Stato si vide costretto ad intervenire sempre più pesantemente negli ingranaggi sociali, allo scopo di attenuare le conseguenze della quasi guerra civile che spesso coinvolgeva gli individui liberi ed emancipati o minoranze privilegiate.

Fedele alla dottrina liberale su cui si fonda, lo Stato invita il proprio cittadino a disporre del proprio destino, comunicando alla società civile un autentico contenuto morale per salvarla dall’anarchia, rivolgendole analoghe esortazioni.

Qui, ci troviamo in presenza di una manifestazione – poco considerata e studiata dalla moderna scienza politica, specie italiana – che riveste la massima importanza.

Il liberalesimo, a causa della fiducia illimitata che ripone nell’individuo e nelle sue iniziative, non si rende conto che proprio l’individuo costituisce l’anello più debole della catena sociale, ragion per cui, non è in grado di corrispondere alle aspettative come gli vien richiesto.

Potrebbe anche essere in condizione di farlo, ma SOLO SE, circondandolo, vigorose istituzioni ne siano i naturali portavoce e qualora le istituzioni stesse si appoggino – a loro volta – ad uno Stato forte (di cui, oggi, non esiste traccia).

L’esortazione rivolta al cittadino di “dirigere personalmente” l’andamento delle cose, costituisce quindi un’ammissione di TOTALE IMPOTENZA ed ESTREMA FRAGILITÀ da parte dello Stato. QUESTO, PRECISAMENTE, VOLEVO ARRIVARE A DIMOSTRARE. Che piaccia o meno, la tanto decantata “DEMOCRAZIA DIRETTA“, andrebbe ad indebolire ulteriormente uno Stato. Ben si sa, ma non si dice.

Tuttavia, l’ideologia liberale si dimostra altrettanto ostile alle vigorose istituzioni, quanto allo Stato forte.

Come ho riportato sopra, l’emergere successivo di questa doppia opposizione, è solo questione di TEMPO.

Liberalesimo” significa “liberazione da…” tutto ciò che possa rappresentare un potere concreto, per TRASFERIRE il POTERE acquisito, svuotandone le istituzioni e lo Stato all’individuo, con la PRETESA di rafforzarlo. BUGIE su BUGIE, offerte da chi indossa con noncuranza la maschera dorata del paladino di salvezza, mentre favorisce la distruzione sociale.

Va da sè, che l’individuo non ne risulterà invigorito, giacché non esiste – sul piano politico – lo “individuo forte”, a meno che non ci si riferisca a feudatari, detentori di grosse fortune o despoti.

La debolezza dell’individuo isolato si perpetua.

Nella prospettiva liberale, si verifica – in realtà – che gli individui si raggruppino in potenti associazioni o movimenti che fanno a capo il danaro, all’influenza che sono in grado di esercitare o all’idea di moda e – forti del potere in tal modo acquisito – dichiarano guerra ai deboli, la cui debolezza consiste proprio – dal punto di vista politico – nell’incapacità di aggregarsi o nel rifiuto di farlo.

Con il termine “feudalità“, mi riferisco al raggrupparsi di singoli uomini in una POTENTE associazione o movimento. Non associo questa etichetta all’omonimo fenomeno politico medievale, giacché il “FEUDALESIMO” si può riscontrare in qualsiasi epoca.

Per contro, la sto usando per indicare delle istituzioni “selvagge” che – sotto molti aspetti – sono addirittura controistituzioni.

L’autentica ISTITUZIONE è una concentrazione di potere, realizzata al fine di assolvere determinati obblighi ed è limitata nelle sue funzioni e nella sua portata. Prospera in un clima politico ben equilibrato. La “FEUDALITÀ“, per contro, costituisce una escrescenza stimolata dall’anarchia politica, dotata di una naturale tendenza a sostituirsi allo Stato e – in attesa di poterlo fare – CORRODE le fondamenta.

Il ruolo svolto dalla feudalità è ambivalente, nel senso che deve la sua PRESENZA ad un GRUPPO di PRESSIONE e nel contempo esercita una pressione crescente di ora in ora, in quanto attira i cittadini sprovvisti di protezione, offrendogliela, in cambio di una contropartita.

In senso eminentemente concreto, i partiti moderni costituiscono altrettante feudalità, giacché presentano potenti aggregazioni di forza, aventi per scopo la conquista dello Stato, mentre – d’altro canto – proteggono i loro membri i quali, legati ad un impegno di fedeltà, sono tenuti ad appoggiarli:

rapporto reciproco che – nella realtà quotidiana – può facilmente risolversi nell’azione antistatale che, come osservò Robert Michels, andrà a demolire la struttura stessa per costruirne una nuova. Nuovo Ordine, quindi. Nella fattispecie, prima europeo, poi Mondiale.

Il processo appena descritto, è in via d’attuazione già dagli anni ’60, tanto in Italia che in Gran Bretagna senza esclusione di altri.

I cittadini, raggruppati nelle diverse feudalità, sono spinti a CONTESTARE permanentemente l’autorità dello Stato e delle istituzioni. Lo possiamo riscontrare oggi con molta facilità: basta scorrere le pagine di un qualsiasi “social”.

Conseguentemente, il potere politico continua a travasarsi dalle istituzioni nelle feudalità, per coagularsi – nella fase decisiva – nelle mani di AGITATORI PROFESSIONISTI, camuffati da pubblicisti, insegnanti, studenti.

Gradualmente, altre categorie di “fuorilegge”, costituite da gruppi minoritari, socialmente aberranti, basso clero ecc., si uniscono al gruppo già esistente.

L’intervento statale viene pertanto ristretto principalmente al SETTORE ECONOMICO, per cui l’interesse dello Stato si appunta quasi esclusivamente su problemi come la piena occupazione, l’adeguamento salariale, il prodotto nazionale lordo, ecc.

Per il cittadino ne consegue una sempre maggiore carenza di protezioni, in quanto questi si trova indifeso di fronte all’aggressione ideologica: l’anarchia, le trasgressioni dell’ordine civile e perfino contro l’economia inflazionistica, assieme ai suoi risvolti psicologici.

Non è dunque sorprendente il fatto che la cittadinanza possa ormai avvalersi di due sole armi: il voto e la libertà di scelta economica. Che valore hanno?

I valori del voto e della scelta economica

L’efficacia del voto è infirmata dalla sua periodicità, anacronistica in un contesto che esige miriadi di decisioni quotidiane, dal suo carattere singolo, disperso tra la massa e dalla riaffermata validità della regola fondamentale del gioco democratico, il prevalere dell’opinione maggioritaria.

In realtà, i funzionari di uno Stato debole, una volta eletti, pongono più cura a guadagnarsi il favore delle feudalità che quello dei cittadini, i quali – benché costituiscano una maggioranza – sono disorganizzati, come rilevarono Pareto e Mosca.

I suddetti esponenti statali, si trovano anche molto più frequentemente a contatto con queste feudalità, che esercitano su di essi un CONTROLLO continuo, piuttosto degli elettori il cui controllo è PURAMENTE TEORICO e si riduce a BEN POCO.

In attuali circostanze, il cittadino che pretendesse di tradurre il proprio voto in termini di PARTECIPAZIONE POLITICA – per non parlare di potere politico – costituirebbe un ANACRONISMO, giacché il potere effettivo si è trasferito nelle mani dei partiti, degli organi di informazione, dei sindacati, degli intellettuali insediati nelle Università, i quali dispongono di mezzi più diretti che non il voto, per far pesare la propria volontà.

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La libertà economica si rivela ugualmente illusoria.

La disastrosa diminuzione dei piccoli imprenditori, dei bottegai, delle medie aziende, testimonia la scomparsa della possibilità di scelta, dimostrata altresì dalla crescente irreggimentazione della mano d’opera organizzata.

In buona sostanza, non possiamo più parlare di scelta economica individuale, ma – più correttamente – di attività economica esercitata principalmente nell’ambito clientelare di una feudalità cui si deve appartenere e che si configura come azienda-impero, unione sindacale o – con particolare rilievo per Italia e Francia – come partito politico.

In tali frangenti, lo Stato debole si limita a prendere atto dei rapporti di potere, senza intervenire per modificarli, in ossequio ad un “bene comune” ormai in via di estinzione. Ne consegue che la società tende ad assumere i connotati di quella che il filosofo Marcel De Corte definisce una “dissocietè” e lo Stato si presenta come una imbarcazione perennemente sballottata dai marosi dell’anarchia.

Come reazione secondaria, si sviluppano all’interno dello Stato tendenze totalitarie o si manifesta un orientamento verso il welfare State (Stato assistenziale) e la Wirtschaftsgesellschaft (Stato amministrativo): tentazione ampiamente giustificata, dal momento in cui lo Stato si viene a trovare di fronte ad una maggioranza di cittadini da tempo proiettati – per effetto dell’ideologia liberale (vedi socialista) – fuori dalle orbite delle loro particolari competenze.

È costretto altresì a misurarsi con il crescente potere delle feudalità, ognuna delle quali si trova – a sua volta – esposta alla tentazione di sostituirsi allo Stato per dare origine, di volta in volta, allo Stato affaristico, Stato sindacale, Stato partitico, Stato militare, ciascuno dei quali corrisponde ad un progetto politico già proposto nel secolo scorso e condotto sovente BEN OLTRE lo stadio di semplice progetto, giacché in molte nazioni – l’uno o l’altro di questi surrogati anomali – ha liquidato o è in via di liquidare lo Stato vero e proprio.

Lo Stato costretto dalla ideologia

Cerchiamo ora di arrivare ad una prima conclusione e cioè che l’attuale anarchia (perché di questo trattasi) è conseguenza dell’applicazione successiva, in tutti i settori della vita pubblica, del principio liberale, proiettandosi oltre il campo economico, dal quale aveva tratto la sua INIZIALE ed in larga misura legittima ispirazione per investire i settori pertinenti all’istruzione, alla moralità, alla cultura, alla vita religiosa ed istituzionale.

Il nocciolo del problema si riassume nella constatazione che lo Stato, costretto dall’ideologia a limitare il proprio intervento alle questioni che interessano la soddisfazione dei bisogni economici, ha praticamente cessato di governare, rassegnandosi a diventare – alternativamente – una appendice dell’una o dell’altra feudalità: di preferenza le più prepotenti, mentre i poteri repressivi ancora considerevoli di cui dispone, sono sollecitamente utilizzati solo per colpire le categorie più costruttive della cittadinanza.

Così, le misure fiscali puniscono severamente lo slancio imprenditoriale. La legislazione in materia sessuale (aborto, contraccezione), danneggia la famiglia. Le leggi demagogiche sulla disciplina scolastica, minano alla base della scuola, quelle penali, favoriscono la criminalità.

In una società per metà liberale e per l’altra metà già socialistizzata, lo Stato non è più in grado di delegare alcun potere ad istituzioni corrose e indebolite, parzialmente parassitarie e – d’altro canto – parzialmente tendenti a degenerare, trasformandosi in feudalità ed in gruppi di pressione antistatali ed antisociali.

Di fronte ad una realtà sociale che vede la rivoluzione predicata nelle Università, il sesso ai bambini nelle scuole, trattati di sociologia anziché sentenze legali esibiti nei tribunali, l’immortalità predicata nelle Chiese, la famiglia liquidare se stessa…

Come si può pretendere dallo Stato l’esatta coscienza dell’entità e dei limiti del suo potere?

Terza conclusione

Ciò che possiamo trarre da queste considerazioni, ci conduce in un ambito extrapolitico, il che è naturale in quanto la politica acquista un solo significato se riferita al piano ontologico.

La natura del potere è tale da determinare – tra lo Stato ed i cittadini – la creazione di uno spazio analogicamente simile a quello esistente tra la dimensione trascendente e l’uomo.

La teoria contrattuale è errata in quanto esplicitamente nega l’esistenza di tale spazio, dando l’avvio – attraverso questa negazione – ad una contestazione perenne del potere.

Per questa ragione, la struttura dello Stato liberale corre rischio di degenerare – in qualsiasi momento – in una forma organizzata di guerra civile.

Per definire “lotta di classe“, questo stato di latente, perpetua ostilità, Marx dovette solo interpretare il fenomeno, senza bisogno di inventarlo.

La negazione dello spazio suddetto da parte della dottrina contrattuale, porta a conseguenze negative anche da un altro punto di vista: laddove, per esempio, si argomenta che la legalizzazione dell’aborto, della pornografia o della droga, non lede i diritti di quanti non intendono procurarsi un aborto, leggere pubblicazioni pornografiche e drogarsi.

Risulta tuttavia impossibile tracciare nettamente una “zona” di demarcazione, messa già a repentaglio dell’esistenza stessa di leggi permissive, che ne alterano la natura: in primo luogo, perché inducono in tentazione e – secondariamente – perché scuotono la rispettosa fiducia che il cittadino ripone nella legge, concepita come mediatrice tra la persona e la dimensione trascendente.

Avanzare la proposta di un eventuale trasferimento dei cittadini dissenzienti in una regione, all’interno della nazione, dove – in seguito ad un mutuo accordo – essi rifiuteranno di praticare ciò che la legge innovatrice consente (soluzione di compromesso già suggerita dai libertari americani), costituisce una contraddizione del concetto stesso di zona e di legge.

Giacchè la legge, in senso positivo o negativo, rappresenta sempre un impegno e sottraendosi alla sua sfera di azione, il cittadino si pone nella condizione di fuggiasco temporaneo.

Lo spazio compreso tra Stato e cittadino si definisce come dominio pubblico.

Al suo interno, la principale linea di forza è rappresentata dall’Autorità statale, corredata dalle  funzioni mediatrici svolte dalle istituzioni. Questi due fattori imprenscindibili – l’Autorità e la corrispondente mediazione – versano attualmente in condizioni di estrema debolezza.

È possibile riportarle in auge?

Nell’ambito della politica, la ricostruzione deve scaturire da sorgenti sovrapolitiche, ossia dalla riscoperta dello spazio riservato alla trascendenza, da parte della ragione umana.

Una corretta interpretazione di come vada intesa la dipendenza dell’uomo dalla sorgente da cui scaturisce la realtà, introduce alla comprensione della natura del Bene Comune che si colloca al di sopra del cittadino, laddove il “contratto” oltrepassa il bene comune in virtù della propria revocabilità, a causa cioè della implicita ammissione che un tale spazio non esiste, in quanto cittadini e Stato sono entità separabili come due soci in affari.

Mentre la dimensione politica non è – per sua natura – revocabile, poiché da essa sono tratte la struttura e la gerarchia attraverso le quali il Bene Comune trova espressione.

Si potrà giustamente obiettare che la concezione di Bene Comune è mutevole. Le variazioni subite debbono però iscriversi ad una concreta tradizione politica, corredata dai rispettivi simboli (si potrebbe citare quanto affermato, l’esempio degli Stati Uniti dove tutte le festività nazionali sono state spostate ad un lunedì, per consentire il prolungamento del fine settimana).

Una associazione esclusivamente contrattuale può – a suo libito – recidere le proprie radici, trasferirsi altrove modificando totalmente il proprio orientamento, mentre una comunità politica costituisce un insieme inscindibilmente iscritto in un luogo ed un tempo determinati, radicato in un contesto intessuto di rappresentazioni mitiche e di realtà indiscusse, non intercambiabili nè ascrivibili ad altri luoghi, tempi, miti e tradizioni.

In tale prospettiva, la comunità politica, proiettando la propria esistenza al di là del piano meramente “orizzontale“, viene ad articolarsi in strati successivi, esprimenti ciascuno – attraverso un simbolismo corrispondente – un particolare contenuto storico, il cui significato deve risultare chiaramente intelligibile da tutti i membri della comunità per essere trasmesso a tutte le generazioni, man mano che queste si alternano.

Il rispetto della legge in quanto legata alla dimensione sovraindividuale ed inseparabile dalla percezione del sacro, è conseguente a questa impostazione.

L’essere umano è naturalmente portato ad inserirsi in una comunità che lo trascenda. Tale tendenza, però, non va intesa nel senso che – come un animale – egli abbisogni di un certo “spazio” fisico in quanto – bensì come elemento costitutivo di un certo ordine – cerca in esso la propria collocazione.

In conclusione, non trascuriamo di mettere in evidenza come proprio il liberalesimo ed il socialismo – queste due ideologie apparentemente opposte, eppure tanto simili – rifiutano di riconoscere che l’esistenza di una comunità politica è legata ad una dimensione trascendente e pretendono di escludere Dio dalla vita dello Stato:

– il liberalesimo, riducendo Dio ad una scelta individuale, attinente alla sfera privata;

– il socialismo, sostituendo all’idea di Dio quella di uno Stato, concepito come suprema autorità profana

L’osservazione del cittadino odierno, secolarizzato ed irreggimentato ad un tempo, avulso tanto dalla dimensione trascendente quanto da quella comunitaria, consente di valutare appieno gli effetti nefasti di tale aberrazione che alimenta di continuo l’ostilità del cittadino verso lo Stato, il quale – a sua volta – non cessa di manipolarlo a sua discrezione.

Proprio come i ladri di Pisa: di giorno fingono di litigare e di notte rubano uniti, confermando un diabolico sodalizio stretto e proteso al tradimento di ogni dignità umana e Divina.

Da ciò scritto, ognuno di noi potrà dar luogo alle più rattristanti considerazioni, ponendo attenzione a chi esprime il fascino dell’inutilità per far giungere un regime di stampo staliniano, dove – al suo confronto – sembrerà esser stato un morbido cuscino di petali di rosa.

BIBLIOGRAFIA

Thomas Molnar, “La Contro Rivoluzione”, Volpe 1970
Thomas Molnar, “L’Utopia Eresia Perenne“, Borla 1968
John Strachey, “Il Capitalismo Contemporaneo“, Feltrinelli Editore 1957 [VEDI]

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