Pubblicato: giovedì, 14 Novembre 2013

Distruzione del Libero Commercio, della Proprietà Privata e del Danaro. Apriamo l’Agenda…

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Gli strumenti mediante i quali la libertà umana si manifesta maggiormente nell’ordine pratico delle cose sono lo Stato – le istituzioni in genere – e la proprietà. Perché questi utopisti al comando attacchino le istituzioni stesse, ve lo spiegherò più avanti.

Qui, vorrei esaminare il procedimento per l’abolizione della proprietà e del danaro che è il mezzo per convertire una forma di proprietà in un’altra. Ne sentiamo una gran eco, oggi: l’eliminazione del contante, chiesta dagli utopisti attraverso la solita, vecchia scusa della “evasione“. Giustificazioni, queste – assieme alla crisi indotta – da sempre utilizzate nella storia per motivare guerre e/o rivolte che ne derivarono poco più avanti. Attualmente, i concetti utopistici quali uguaglianza, socialismo, welfare state ed altri, sono tornati alla grande, rumorosi ed assordanti. Concetti sostenuti da servizievoli ed uniformati pseudogovernanti disposti ad accontentare sempre e comunque i cleptocrati del periodo. Ricordiamo che tali concetti sono già stati utilizzati per il dominio sulle masse – peraltro – in una storia non troppo remota.silenzio

La semplice analisi economica non basterà, per il fatto che la proprietà non è una mera soddisfazione personale che possa essere ereditata o acquistata a prezzi correnti; la proprietà è pure un mezzo di dominio e un mezzo per resistere al dominio. Coloro che possiedono un’eccessiva quantità di beni hanno la tendenza a dominare coloro che ne possiedono meno; inoltre, coloro che detengono la proprietà possiedono i mezzi per resistere alle pressioni o – addirittura – per influire su coloro che dispongono mezzi politici potenti. Quindi, la proprietà privata introduce subito il problema del potere e dei rapporti di potere, mentre la proprietà collettiva rappresenta uno stato di equilibrio ideale.

Se qualche sporadico lettore, giunto fin qui, non conoscesse ancora la differenza tra collettivismo ed individualismo – con la convinzione che l’individualismo sia sinonimo di “egoismo” (molti ne sono convinti) – allora consiglio di sfogliare un vocabolario per comprendere al meglio le differenze sostanziali, anche concettuali, dei due termini: individualismo NON è egoismo o altro. Detto ciò, proseguo.

La proprietà può essere mantenuta in un possesso collettivo in seguito all’accettazione collettiva di un ideale che sostituisca momentaneamente il desiderio dei cittadini privati di distribuirla, oppure essa può esser mantenuta da una forza superiore che si opponga ai cittadini privati. Nel secondo caso, come disse Aristotele nella sua critica a Platone, la proprietà collettiva è trascurata, oppure si lotta per ottenerla; d’altra parte, l’aspirazione alla proprietà privata è una forma naturale di egoismo ed anche una specie di autodifesa. Ciò venne riconosciuto da Marx quando dimostrò nella Critica della economia politica, che l’essenza della proprietà è il diritto di comandare gli altri, cioè un rapporto di dominio e subordinazione. E’ giusto quindi dire che il modo migliore per abolire del tutto – o almeno attenuare questi rapporti – sarebbe quello di assicurare ad ognuno una quantità ragionevole di beni che gli permetta di alleggerire il peso della sua subordinazione nella società.

E’ pure evidente che i marxisti giocano sulle parole quando pretendono che il problema del dominio e della subordinazione, sia risolto quando lo Stato – o la collettività – concentra tutta la proprietà nelle sue mani. Il gioco di parole si rivela nella pretesa che nessuno possieda questa proprietà. Ciò è semplicemente falso perché è lo Stato che la detiene – cioè l’entità sociale più potente che ci sia – sulla quale nessuno può esercitare un controllo e dalle cui mani nessuno può strappare concessioni.

I socialisti, di solito, discutono perfino contro quella forma di proprietà privata che è l’azionariato. Strachey (Il Capitalismo Contemporaneo, pp. 231-232), ad esempio, accusa piuttosto ipocritamente – giacchè è in ogni caso contro la proprietà privata – l’azionariato, a causa della sua impersonalità, di contraddire al concetto di proprietà privata come questo venne enunciato da Locke. Ma quest’argomento fondamentale che vi sto illustrando, ha valore contro Strachey: anche nella sua forma impersonale, quando la maggior parte degli azionisti non hanno mai neppur visto da lontano lo stabilimento o l’azienda di cui partecipano alla proprietà, i diritti di proprietà sono rispettati dai dirigenti, dalle banche e dai delegati degli azionisti, cosicché la proprietà rappresenta un potere nell’azionariato, per quanto minimo.

E non solo potere in forma pura, ma anche un esercizio ragionevolmente libero delle proprie facoltà di curarsi di se stesso, di avviare e realizzare progetti, di creare.

La Chiesa cattolica formula questa possibilità del libero esercizio delle proprie funzioni e responsabilità come principio della sussidiarietà. I papi Pio XI (Quadragesimo anno) e Giovanni XXIII (Mater et magistra) sottolinearono energicamente la necessità di creare le condizioni sociali che permettano ad ogni uomo di decidere e agire ogni qualvolta può farlo di propria iniziativa e secondo i propri mezzi.

Il principio della sussidiarietà riconosce così il diritto insito in ciascun ordine inferiore (nell’ordine ascendente di individuo, famiglia, gruppo, istituzione, governo) di intraprendere qualunque cosa nell’ambito delle sue capacità e delle sue finalità; nello stesso tempo raccomanda a ciascun ordine superiore di non intervenire o assumere il controllo finché non sia accertato che il primo non è in grado di realizzare un compito determinato.

Gli argomenti dei socialisti contro questo principio consistono in una graduale assunzione di tutti compiti da parte dell’ordine superiore più elevato – lo Stato – col risultato che tutti gli ordini inferiori vengono paralizzati e atrofizzati. Anche la deindustrializzazione è una derivazione del concetto.

L’intera società è di conseguenza trasformata in un sistema mostruoso di assistenza pubblica ed i suoi membri sono ridotti alla condizione di bambini 1. A causa di questa stretta relazione tra il diritto di proprietà e le libertà elementari, gli utopisti naturalmente non hanno mai cessato di sollevarsi contro la proprietà individuale, il libero scambio di beni e l’esistenza del danaro.

I cristiani del secolo secondo escogitarono utopie ugualitarie, basate sul loro errato concetto della giustizia di Dio:

<<Solo le leggi degli uomini>>, essi argomentavano, <<hanno creato l’ineguaglianza e l’ingiustizia con l’istituzione della proprietà privata, violando così la legge naturale>>.

Analogamente, i pelagiani proclamavano che – dato che noi possiamo soltanto usare la proprietà che Dio, suo padrone, ci ha dato in prestito – tutti i beni devono essere restituiti alla Chiesa per essere ridistribuiti. E lo stesso accade nelle utopie più moderne.

In Icaria, la repubblica ideale secondo i criteri comunisti descritti da Etienne Cabet (1840), il visitatore Lord Carisdall osserva che nessuno paga la corsa né sul battello né sul tram. Egli apprende la ragione: ogni cosa appartiene alla sovrana, alla bella e buona Repubblica, imprenditrice esclusiva e fornitrice universale.

Il “romanzo sociale”, Looking Backward (Guardando Indietro) di Edward Bellamy racconta che, nell’anno 2000, il denaro non esisterà perché – spiega l’autore – il denaro è importante solo dove è necessario come mezzo di scambio; ora, appena lo Stato diviene il produttore ed il distributore esclusivo, cessa lo scambio tra i cittadini privati.

Bellamy ostenta orrore – tipico nell’utopista – al pensiero di un qualsiasi tipo di commercio: egli lo considera immorale, in quanto incompatibile con la buona volontà reciproca ed essenzialmente antisociale. Bellamy proibisce pure di risparmiare il denaro; nella sua utopia il governo scoraggia tale abitudine perché i cittadini non hanno bisogno di riserve: lo Stato garantisce completa sicurezza ad ognuno. Dato che lo Stato è l’unico operatore economico, può impiegare qualsiasi parte della manodopera nazionale per qualunque scopo decida; quindi, non c’è bisogno di risparmio di capitale privato.

I teorici dell’utopia sono di necessità contrari al denaro ed a tutte le sue funzioni (commercio, risparmio, investimento) perché il possesso del denaro permette una scelta individuale che – a sua volta – disorienta la pianificazione centralizzata.

Esempio tipico di quest’atteggiamento mentale è la ben nota The affluent society di Y.K. Galbraith. Le tesi di Galbraith è che – in una società prosperosa – gli individui agiati acquistano ed investono in cose superflue, in simboli della condizione sociale ed in oggetti di lusso sciocchi dei quali è simbolo la marca dell’automobile. Come rimedio per “tale situazione intollerabile“, Galbraith suggerisce che si limiti il potere d’acquisto dell’individuo: si potrà così disporre dei fondi per i progetti comunitari che dovranno essere determinati dal governo come strade, scuole, ospedali, centri culturali e simili. E – giunti a questo punto – possiamo notare come già ci siamo dentro fino al collo. L’euro è un successo per questo genere di utopia. Ancora qualche piccola manovra correttiva e capitoleremo al nemico.

In altre parole, il cittadino privato è ignorante, malfidato, egoista; il governo è saggio e agisce nell’interesse di tutti, perfino quando consiglia ai cittadini che cosa dovrebbero desiderare.

L’economia della società del benessere è molto più complessa e raffinata nei suoi bisogni di quanto lo sia un’economia della penuria di beni.

Nell’Utopia di Tommaso Moro non si trova nulla di simile alle possibilità di investimento collettivo di cui parla Galbraith; noi troviamo, invece, magazzini generali che soddisfano le necessità di ognuno. La città, scrive Tommaso Moro, viene divisa in quattro quartieri uguali, al centro dei quali vi è un mercato che provvede ai bisogni dell’esistenza. Ogni famiglia porta a questo mercato centrale i prodotti del suo lavoro e ciascun capofamiglia porta a casa tutto ciò di cui la sua famiglia necessita per il suo sostentamento. Egli non paga nè baratta. Tuttavia, nulla gli viene rifiutato poiché nessuno a Utopia chiede più di quanto gli occorre. (La realizzazione dell’attuale Agenda 21 e sua “sostenibilità”.)

E Moro aggiunge, con un’ingenuità disarmante ma sensibilmente pericolosa: <<Perché una persona che sa che non le mancherà mai nulla dovrebbe cercare di possedere più di quanto le è necessario?>>

Per gli scopi di questo mio articolo, è sufficiente sapere perché gli utopisti debbano attaccare – ed in effetti attacchino – la libera iniziativa, la proprietà privata e il denaro: per eliminare qualsiasi resistenza al dominio da parte di un grande, onnipotente governo centrale.

Due fatti positivi realizzeranno questo dominio:

o i molti cederanno volontariamente il loro potere ed i loro mezzi ai pochi oppure, questi ultimi, assumeranno le cose nelle loro mani anche mediante violenza, se necessario.

Ecco apparire il Trattato di Velsen che entrerà in vigore nel 2014, la polizia dei banchieri. Peraltro, sistemi utilizzati già nel passato. Niente di nuovo.

Saint-Simon opta per la persuasione piuttosto che per la violenza, per il fatto che è ridicolo pretendere che il dispotismo sia sempre basato sulla scienza. Fino al suo tempo, pensava Saint-Simon, la gente aveva esercitato soltanto degli sforzi singoli e isolati sulla natura. Gran parte dell’iniziativa individuale era deleteria, egli diceva, perché una fazione impiegava le sue forze per dominare l’altra, mentre questa consumava molte delle sue capacità per resistere a questo dominio. Tuttavia, nonostante questa enorme perdita di energie, la specie umana nei paesi più civili ha conseguito un notevole grado di benessere e di prosperità. A questo punto Saint-Simon si domanda a che altezza il popolo potrebbe realmente elevarsi se non ci fosse uno spreco di sforzi, se il popolo – e le nazioni – cessassero di cercar di dominarsi vicendevolmente e si organizzassero.

Evidentemente Saint-Simon non si chiese mai se il considerevole grado di prosperità che egli vedeva attorno a sé dipendesse precisamente dalla libera iniziativa e se quello che egli considerava <<spreco>> non potesse essere una parte essenziale di ogni iniziativa umana.

E neppure si domandò – come fece il suo più giovane contemporaneo Toqueville – se il nuovo sistema non tendesse a creare una <<nazione entro ciascuna nazione>>, un <<mostruoso potere tutelare>> sopra gli altri, che <<prevede e provvede alle loro necessità, dirige la loro attività, regole alla trasmissione della proprietà e ripartisce l’eredità>> e risparmia loro <<ogni fastidio di pensare e ogni noia della vita>>. Vi ricorda qualcosa?

Accettando inconsapevolmente il sofisma che la proprietà appartenente allo Stato è una proprietà appartenente a nessuno, Saint-Simon pensava che l’instaurazione del benessere economico avrebbe garantito la scomparsa del potere e del dominio tra gli uomini. Questa opinione si ritrova pure in Strachey:

<<La democrazia contemporanea è la diffusione del potere attraverso la comunità. E la diffusione del potere spinta sempre più lontano tende, a sua volta, all’eliminazione del potere stesso. Perché se ognuno potesse avere esattamente uguale potere, nessuno avrebbe potere sopra i suoi simili. Questo, certamente, è per noi un ideale remoto; è l’ideale della cooperazione perfetta nella libertà altrettanto perfetta>>.

Circa la natura dei sistemi utopistici, abbiamo più sopra osservato che essi ammettono che i loro sogni si potrebbero avverare se l’intuito morale potesse raggiungere le forze storiche e se potessero essere abolite le differenze tra gli uomini. Anche su questo tema, oggi, ci stanno lavorando.

Come possiamo constatare, Orwell e Huxley non sono stati gli unici ad aver scritto “romanzi profetici“.

Statemi bene.

RIFERIMENTI

1. Alexis de Toqueville previde nella nuova società <<Una moltitudine di individui simili e uguali… che operano per  procurarsi meschine e volgari soddisfazioni.  Al di sopra di questi uomini si leva un potere tutelare mostruoso che provvede alla loro sicurezza, prevede e dispone per le loro necessità, dirige la loro industriosità, regola la trasmissione della proprietà e suddivide le loro eredità: che cosa resta se non risparmiar loro ogni cura di pensare ed ogni fastidio dell’esistenza?>> (La Democrazia in America, p. 119)

BIBLIOGRAFIA

Thomas Molnar, “L’Utopia Eresia Perenne“, Borla 1968
John Strachey, “Il Capitalismo Contemporaneo“, Feltrinelli Editore 1957 [VEDI]
Alexis de Toqueville, “La Democrazia in America“, UTET 2007 [VEDI]
Tommaso Moro, “Utopia“, Giunti Demetra 2009 [VEDI]
Saint-Simon, “Textes choisis“, Editions Sociales 1951
Maxime Leroy, “Histoire des Idées sociales en France (1)“, Gallimard, Parigi 1946 [VEDI]

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