Pubblicato: venerdì, 24 agosto 2012

Partono da Twitter e Facebook le sollevazioni?

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Vien da sorridere a leggere i commenti dei nostri autorevoli inviati, ivi inclusi i più rispettabili, come Bernardo Valli su «Repubblica», che sabato apriva il suo pezzo dal Cairo, appiccicando sulla rivolta egiziana l’etichetta di “rivoluzione del web”.

Questo è stato del resto, ormai da tempo, il cliché mediatico che viene imposto dal mainstream su tutti i fenomeni sociali degli ultimi anni. Era già capitato in Ucraina, con la “rivoluzione arancione”, poi a Teheran con quella – non finita bene per l’Occidente – “verde iraniano”.

Adesso tocca all’Egitto. Il primo trucco – e vedremo che si tratta proprio di un trucco – consiste nell’introdurre di soppiatto, nella mente di chi segue questi eventi, una serie di concetti destinati a diventare normali, ovvii, scontati: è cioè che la politica, la rivolta, il cambiamento, sono determinati dalle nuove tecnologie “americane”.

E’ un inno all’America, perché è grazie all’America e alle sue tecnologie, ai suoi social network, che i popoli si possono “liberare”.

Il secondo luogo comune da introdurre surrettiziamente, insieme al precedente, è che Mubarak non sarebbe caduto se l’America non avesse aiutato i dimostranti, la piazza, la rivolta “democratica”.

Ora, che Mubarak fosse ormai bollito e che Washington (e Israele) stessero ormai esaminando le varianti possibili per liquidarlo, non ci sono dubbi. Ma, se questi piani c’erano, sullo sfondo, è tutt’altro che certo che Obama e i suoi li avessero già messi a punto. Lo provano le incertezze della prima ora, apparse a Washington, la brusca sostituzione dell’ambasciatrice Usa al Cairo, rea evidentemente di non avere tenuto tutto sotto controllo. E molti altri dettagli. Adesso fa gioco mettersi dalla parte del popolo, almeno sui titoli di giornale e telegiornale, riesumando la favola della esportazione della democrazia senza guerra, cioè l’imperialismo alla Premio Nobel per la pace Barack Obama.

Col che si dimentica bellamente, in un attimo, che Mubarak si trovava al potere da 30 anni solo ed esclusivamente perché aveva l’aiuto economico, militare, politico, e di intelligence di USA e Israele.

E torniamo ora alla sciocchezza subliminale degli esegeti dei social media americani , Bernardo Valli incluso.

Definire ciò che sta accadendo in Egitto come “la rivoluzione del web” è una sciocchezza, appunto, paragonabile alle favole che ci raccontarono al momento dell’attacco contro l’Afghanistan: che si andava là, in missione di pace, per aiutare le donne afghane a liberarsi del burqa, e gli uomini afghani a liberarsi della barba e a andare finalmente in strada sbarbati come ci vanno gli uomini della City e di Wall Street.

Questo si chiama proiettare i nostri desideri sugli altri. E poi pensare che i nostri desideri (le nostre idee in generale) siano le loro idee. O lo diventeranno molto presto, quando noi li avremo rieducati.

Ci vorrebbero far credere che gli egiziani, che hanno assai poco da mangiare, che sono in miseria, che hanno disoccupazione assai peggiore della nostra, non si sono ribellati per queste molto concrete ragioni, ma perché hanno finalmente potuto twittare via web. Come dire che, se non ci fossero stati Twitter e Facebook, non sarebbe successo niente.

E noi dovremmo credere che 80 milioni di egiziani non solo conoscono l’inglese perfettamente, ma addirittura sono diventati capaci di usare le abbreviazioni, gli acronimi, i meccanismi verbali di Twitter in inglese. I miei amici egiziani mi confermano che si può twittare anche in arabo (e in farsi), ma che questo richiede qualche artificio tecnico non da tutti superabile al volo. E questi tutti sono comunque ancora assai pochi. Assai meno delle masse che abbiamo visto in movimento e in combattimento.

Se vai infatti su wikipedia leggi che Twitter c’è in una serie di lingue, (inglese, francese, tedesco, italiano, spagnolo, coreano, giapponese etc.). Ma non c’è in cinese e in arabo.

Per cui, certo, si potrà dire che gli egiziani hanno usato Facebook in arabo (s’intende studenti, ceti medi impiegatizi e pochi altri), ma che quelli che hanno twittato non possono essere molti. Non tanti da avere caratterizzato l’evento sotto le Piramidi.

Su un punto si può essere d’accordo con il leader dell’opposizione iraniana, Mir-Hossein Mousavi, che ha paragonato la sollevazione in Egitto con le esplosioni di protesta che seguirono le ultime elezioni iraniane: entrambe hanno avuto aiuto dall’esterno. Giusto: le comunicazioni Twitter vennero “monitorate” in Israele. Vi prese parte un ufficio a Teheran della PBS. La CNN organizzò un ufficio speciale per dare la massima copertura a una rivoluzione nascente che non si sviluppò.

Sfortunatamente gli apprendisti stregoni non sempre funzionano bene. Non funzionarono bene in Iran nemmeno quando, tolto di mezzo, dal popolo insorto, Rezha Pahlevi , si proposero di sostituirlo con un uomo fedele all’Occidente. E ne venne fuori Khomeini. Allora Facebook non c’era. Sarà forse questo il motivo principale per cui l’Occidente perdette la battaglia?

Adesso hanno cercato di cavalcare l’onda della protesta. Può andargli bene, oppure male, ma corrergli dietro come servi, ripetendo le loro ridicole diagnosi, è proprio un segno di irredimibile subalternità.

Fonte: Giulietto Chiesa

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