Pubblicato: sabato, 14 luglio 2012

Stipendi da tagliare? Le due versioni di Dottor Mario Monti e Mister Draghi

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Il 31 maggio del 2009 Mario Draghi, allora governatore della Banca d’Italia, presentò la Relazione Finale, consueto appuntamento in cui si analizzano le varie problematiche dell’economia italiana. In un passo della relazione Draghi affermò che negli ultimi vent’anni l’Italia si era purtroppo caratterizzata per “bassi salari, bassi investimenti e bassi consumi”.

 

Nel Bollettino della Bce dell’11 luglio scorso, a proposito del nostro Paese, invita la dirigenza italiana ad essere più risoluta per diminuire i salari dei lavoratori, al fine di ricollocare i disoccupati e i cassaintegrati. Chi ha torto, il Draghi del 2009 o la BCE guidata da Draghi del 2012? E, soprattutto, che cosa è cambiato rispetto al 2009?

 

La crisi scoppiata nel 2007-2008 e continuata negli anni recenti con la Grecia e l’effetto contagio nei paesi latini dell’eurozona ha spinto la dirigenza europea a sferrare un attacco micidiale alle condizioni di riproduzione della forza lavoro nei vari aspetti del salario differito (pensioni), salario diretto (retribuzione) e salario sociale (welfare).

 

E’ in atto, tramite una feroce deflazione salariale, una svalutazione interna volta a rendere “competitiva” l’Italia rispetto al nord Europa e ai paesi emergenti. Se pensiamo che la forbice tra tasso d’inflazione e retribuzione di fatto, come certificato da mesi dall’Istat, è ai massimi storici, si può senz’altro sostenere che nel giro di 5 anni la “svalutazione salariale”, compresa quella dei lavoratori pubblici, sarà dell’ordine del 20-25%, maggiore della deflazione salariale tedesca avutasi a seguito della riforma Hartz I V voluta dal socialdemocratico Schroeder agli inizia degli anni 2000 (circa il 15%).

 

Per la BCE, e per “tecnici” come Fornero e Monti, tale politica può essere la base per la riconquista delle quote di mercato mondiale, crollati negli ultimi 15 anni dal 4,3 al 2,9%; inoltre la svalutazione salariale, comprensiva dell’abolizione dell’art. 18, a loro avviso renderebbe attrattivo il paese rispetto a possibili investimenti esteri.

 

Il problema è che questi signori fanno i conti senza l’oste e ciò è indice della loro “genialità”. Innanzitutto, la deflazione salariale in Italia è presente almeno dal 1992 e non è servita a niente. Oggi, poi, ha effetti micidiali sul mercato interno, con il crollo dei consumi, compresi i beni alimentari.

 

Nel 2009 Draghi pose il problema della scarsa competitività italiana, quando affermò che da decenni gli investimenti erano bassi e ciò incideva sull’ammodernamento degli impianti industriali, che a oggi hanno una vita media pari a 26 anni, sull’innovazione tecnologica, sulla ricerca e sulla qualificazione della forza lavoro.

 

Alla base di ciò vi è la specializzazione produttiva del Paese, spesso caratterizzato da produzione a basso valore aggiunto, e soprattutto la dimensione aziendale: se pensiamo che il 98% delle aziende ha meno di venti addetti ci si chiede come si possano riconquistare quote di mercato mondiale con (dis)economie di scala di tale entità.

 

In termini marxiani, quella della BCE e del duo Monti-Fornero è la riproposizione di una strategia “industriale” basata sul pluslavoro assoluto, che implica salari da fame, dequalificazione professionale e allungamento dell’orario di lavoro, giornaliero, settimanale e annuale. Con ciò si dovrebbero fronteggiare i “paesi emergenti”. Fornero e compagni sono però ignari di quel che sta succedendo nel mondo.

 

In un editoriale apparso domenica scorsa su “Il Messaggero”, Romano Prodi informava che in Asia si sta formando un gigantesco apparato produttivo, con in testa la Cina. Quest’ultima detiene circa ¼ dell’intera produzione industriale mondiale ed ha superato la stessa Europa come quota mondiale.

 

Ebbene lì, la strategia, a partire dal 2008 con la riforma del lavoro, è basata non già sul plusvalore assoluto, bensì sul plusvalore relativo, caratterizzato da alta qualificazione della forza lavoro, alte spese in ricerca e svilippo tecnologico (R&S), maggiore scala di produzione e spostamento verso settori tecnologicamente più avanzati.

 

Per dare un’idea di quel che sta succedendo basterà ricordare che dal 2008 al 2011 le spese cinesi in R&S sono passate dall’1,5 all’1,8% del prodotto interno lordo (mentre in Italia sono stagnanti dagli anni Novanta e mediamente inferiori all’1,2% del pil).

 

Il plusvalore relativo, sin dall’epoca della rivoluzione industriale inglese, ha sempre battuto il plusvalore assoluto, non foss’altro perché nel primo caso hai un tasso di produttività totale dei fattori produttivi enormemente più alto. Che in un contesto del genere, senza fare investimenti e anzi con tagli feroci alla ricerca, questa gente pensi di riportare l’Italia ad essere competitiva è semplicemente fuori dal mondo.

 

Quanto agli investimenti diretti esteri in Italia, se con la “riforma” del lavoro e i tagli all’istruzione e alla ricerca rendi la forza lavoro dequalificata, gli unici investimenti esteri che puoi ricevere sono quelli relativi a produzioni a basso valore aggiunto: ossia quelle produzioni che gli altri paesi tagliano per posizionarsi nella fascia alta della produzione. In pratica arriverebbe “merda produttiva”, un capolavoro di politica economica.

 

Dunque aveva ragione il Draghi del 2009 e ha torto oggi la Banca Centrale Europea da lui guidata. Usando un linguaggio d’altri tempi, potremmo dire che le politiche suggerite dalla BCE (e purtroppo portate avanti dal governo Monti) sono “contrarie agli interessi nazionali” dell’Italia. Ma sono vantaggiose, invece, per l’industria tedesca.

 

Perché una politica italiana di bassi investimenti e bassi salari consentirebbe di ottenere due risultati: la distruzione di quel che rimane dell’apparato produttivo che fa concorrenza all’industria tedesca (specie nella produzione di beni strumentali e macchinari) e lo sviluppo di una subfornitura manifatturiera a basso costo, replicando in Italia quanto sta avvenendo in Europa Orientale (in particolare Repubblica Ceca, Polonia e Ungheria).

 

In Italia, per fortuna, qualcuno lo ha capito.

O si pensa che la protesta di una parte degli industriali contro Monti sia campata in aria?

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