Pubblicato: sabato, 2 giugno 2012

Il big one? E’ solo questione di tempo

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Harabaglia dell’Unibas rilancia l’allarme: «La previsione dei russi attendibile al 70%». Il ricercatore triestino sui rischi della faglia di Castrovillari: «Troppo ferma, candidato primario per un sisma catastrofico»

30/05/2012 POTENZA – «Prima o poi» il big one, come lo chiamano i californiani, sulla faglia di Castrovillari ci sarà. E’ questione di tempi, geologici e mica per scherzo, che vuol dire molto ma molto difficili da misurare. In pratica con gli strumenti attuali è impossibile, ma uno studio dell’Accademia delle scienze russe ha lanciato un’allarme che da almeno un mese a questa parte sta animando la comunità scientifica e non solo. Si parla di un evento catastrofico che potrebbe realizzarsi nel sud Italia di qui a due/tre anni al massimo. Oltre quel termine la previsione perde di valore scientifico, perché le probabilità scendono in maniera esponenziale.

Le faglie restano al loro posto con tutto il potenziale distruttivo che si portano dietro. Ma si torna nel campo delle possibilità. Le probabilità sono un’altra cosa. Paolo Harabaglia è un ricercatore di scienza dei terremoti dell’Università della Basilicata. Seguendo questa sua passione è arrivato a Potenza da Trieste, dove è stato allievo del professore Giuliano Panza, capostipite degli eretici della sismologia italiana. «Loro» sono quelli che non credono ai dogmi dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, agli assoluti della scuola bolognese che è l’anima scientifica dell’istituto, e a proposito del terremoto in Emilia non vanno troppo per il sottile. «Si sono fatti cogliere tutti di sorpresa. Non consideravano quell’area pericolosa, e si badi bene che per i bolognesi dell’Ingv è un po’ come il cortile di casa. Qualcun altro invece aveva previsto che nel nord Italia sarebbe successo qualcosa. (legge una mail firmata dal professor Panza, dal professor Vladimir Kossoborokov più altri, ndr). L’allarme era scattato il 1 marzo e l’evento annunciato come probabile era di magnitudo 5,4 o superiore».

Vuole dire che adesso i terremoti si possono prevedere?

«La legge mi dice che non si possono prevedere, ma è da un po’ che all’International Centre for Theoretical Physics (Icpt) e dall’Università di Trieste si sta mettendo alla prova un algoritmo elaborato in Russia per la previsione dei terremoti più piccoli sul territorio italiano. E’ presto per dire quanto è attendibile. Se a Ferrara ha funzionato, a L’Aquila per esempio ha toppato di dieci chilometri: c’era un allarme ma veniva indicata un’area poco distante. Per me è una previsione solo formalmente sbagliata, eppure è stata registrata come un insuccesso, un falso allarme. Anche il presidente dell’Ingv Stefano Gresta, ha annunciato due giorni fa che stavano sperimentando un algoritmo di previsione che relativamente alle zone colpite dell’Emilia dava una certa probabilità del verificarsi di un terremoto di magnitudo superiore a 4 o a 5.5 nelle 24 ore successive. Ha detto del 28% di probabilità per un sisma di magnitudo 4 e dell’1% per la magnitudo 5.5 aggiungendo che avrebbe passato quei dati alla protezione civile e mettendo in guardia da chi fa allarmismo e per quali fini. Ora a Gresta rispondo che se questi sono i risultati, propongo la chiusura dell’Ingv. Non dimentichiamoci che fra i morti di oggi (ieri per chi legge, ndr) c’era un rilevatore di agibilità che si era avventurato in un capannone in quanto ovviamente con parole così tranquillizzanti nessuno si sarebbe dovuto preoccupare».

Gresta replicava al direttore dell’Enea di Bologna, Alessandro Martelli, che con Kossobokov e Panza parla di un evento almeno di magnitudo 7,5. Di che cosa si tratta?

«Stiamo parlando di un terremoto molto grosso che potrebbe avvenire in un’area che va in pratica da Tunisi a Durazzo, o potrebbe non avvenire. Quella di Kossobokov è una tecnica che funziona, funziona bene, ma con dei limiti. E’ stata sviluppata su richiesta delle compagnie assicurative dal professor Keilis Borok, sempre dell’Accademia di scienze russa poi Americana e persino Pontificia, solo per menzionare due dei suoi tanti titoli onorari, nonché fondatore dell’Istituto internazionale per la previsione dei terremoti di Mosca. Ormai sarà ultranovantenne, ma all’epoca in piena guerra fredda pur essendo russo è stato cooptato dalle compagnie assicurative di mezzo mondo per sviluppare questa tecnica che serve ad orientare i loro investimenti. Se uno sa che in un’area nei prossimi due anni c’è il forte rischio di un terremoto catastrofico, o aumenta i premi delle polizze o non assicura proprio. In Italia non ci si può assicurare contro il rischio terremoto, ma il altri paesi sì. Quella tecnica è stata migliorata da Vladimir Kossobokov con un algoritmo che si chiama “M8” e nasce per prevedere terremoti di magnitudo 8 o superiore. Poi è stata perfezionata e si è arrivati a magnitudo 7,5. Il 70% delle volte l’algoritmo funziona. Potrebbe succedere in Grecia o in Tunisia, o in una di quelle strutture geologiche sommerse che noi non conosciamo, ma entro il 2013 ci sono due possibilità su tre che avvenga un terremoto di magnitudo 7.5 o superiore, e una su tre che non avvenga.

Questi dati vengono sempre pubblicizzati?

«No, questo è uno dei rari casi in cui Kossobokov è uscito allo scoperto ed è andato in televisione. Forse perché in Italia non c’è il problema delle assicurazioni, ma il mio può essere soltanto un retropensiero, e poi perché sicuramente l’Italia non è in grado di gestire una emergenza del genere. Non sono dati pubblici anche perché di solito il rischio è quello di seminare il panico».

Non si può restringere l’area?

«No. Dal punto di vista delle proprietà statistiche statistico il rischio è equivalente per tutta l’area evidenziata. La saggezza comune della comunità geofisica dice che un terremoto ha più probabilità di venire su faglie o luoghi dove ci sono già stati altri terremoti. Questo è abbastanza logico, ma c’è un problema perché ci possono essere dei luoghi dove noi non abbiamo dei dati storici, rimasti indietro in questo ciclo sismico, bloccati, che sono anche più pericolosi. Nella fattispecie se guardiamo dove sono le faglie di tutti i terremoti dei quali abbiamo contezza dall’anno mille in poi, esclusi quelli degli scorsi tre giorni, ci sono tre grandi buchi nell’Italia meridionale: uno che va dalla Maiella al melfitano, un altro che va dal confine basso tra Campania e Basilicata allo Ionio cosentino, e un altro ancora da Messina al catanese (indica la mappa, a destra, ndr). Se uno guarda in particolare la Calabria, poiché il movimento dell’Italia negli ultimi 18 milioni di anni è stato sempre in direzione ovest-est è chiaro che c’è una zona di particolare stress. Il fatto che almeno negli ultimi mille anni se non di più qui non ci sia stato niente mi fa pensare che questo possa essere un primario candidato per qualcosa di molto grosso che sta accumulando molta energia. Ci sono stati una serie di terremotini più piccoli, ad esempio nel 1836 e nel 1998, ma hanno solo sfiorato la faglia principale che è lunga circa 80 chilometri. Degli scricchiolii. C’è un punto in particolare in cui praticamente non c’è sismicità registrata, ed è la zona di Rotonda. L’idea è che se dovesse partire qualcosa potrebbe partire da un posto come questo. Solo che non abbiamo la più pallida idea di quando questa struttura si romperà».

Nemmeno quest’analisi può restringere il campo di Kossobokov?

«Io ho la certezza che in quei tre punti avverranno scosse di questo genere ma non posso assolutamente garantire che questa sarà la volta buona per nessuna delle tre. Si tratta di due modelli non comunicanti. Sono situazioni con un potenziale molto alto, ma non è detto che alla fine saranno quelle che il sistema preferirà. Piuttosto servirebbe una grandissima cautela delle autorità di protezione civile nel preparare il Paese a rispondere a questi eventi. E’ chiaro che ormai dati i tempi non si può pensare di influire sulla vulnerabilità dell’abitato, ma studiare molto attentamente come gestire le varie strutture sanitarie nelle varie aree del paese è un qualcosa che dovrebbe essere fatto. Andrebbero messi a punto dei piani molto seri di gestione dell’emergenza sanitaria così che tutti gli ospedali sappiano quello che possono fare e come intervenire nel caso in cui parecchi degli stessi ospedali venissero messi fuori uso. Andrebbe stabilito con grande precisione lo stato delle infrastrutture viarie e ferroviarie per sapere su cosa si può contare e su cosa non si può contare. E andrebbe educata la gente a come ci si deve comportare in caso di un potente terremoto».

Altri modelli non ne esistono? Tipo il radon del famoso tecnico dell’Aquila?

«Quelle sono sciocchezze nel senso che segnalano delle condizioni necessarie ma non sufficienti, e comunque non danno la possibilità di vedere le cose con precisione. Tanto per dirne un’altra: nei giorni precedenti al terremoto dell’Aquila un pozzo sul Vulture ha cambiato temperatura passando dai 16 a oltre 30 gradi e la temperatura ha cominciato a ridiscendere nei giorni immediatamente successivi al terremoto. Questo cosa significa? Significa che il fenomeno – chiamiamolo precursore – si osservava a duecento chilometri dal terremoto. Significa che questi fenomeni possono dire magari su una scala temporale diversa, che comunque non siamo ancora in grado di leggere, che c’è un qualcosa che si sta avvicinando. Ma dove non si sa. Questo stesso pozzo qualche anno prima aveva avuto una variazione di temperatura meno evidente per un terremoto che si era verificato in Grecia a circa 1000 chilometri di distanza. Per adesso non ci sono variazioni di rilievo, e non è nemmeno detto che ce ne siano. Poi c’è un fatto: molto spesso i terremoti più rilevanti che hanno colpito il nostro paese negli ultimi cinquant’anni sono stati preceduti da un’aumento di attività di cui l’indicatore migliore a mio avviso è stato proprio la presenza di eventi di magnitudo 4 o superiore. Sfortunatamente per tutti noi, per ogni terremoto di magnitudo 4 o 5 che si potrebbe considerare un precursore ce ne sono altri 50 o 100 che non sono stati seguiti da scosse importanti».

FONTE: Il Quotidiano Leo Amato

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