Pubblicato: domenica, 6 Maggio 2012

Mandano in pensione il re di Arcore e la sinistra sostiene un uomo della Goldman Sachs: Monti

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Berlusconi è caduto. Di per sé questa è una notizia positiva ma non nuova. Certo che se per mandare in pensione il re di Arcore la sinistra sostiene un uomo della Goldman Sachs, forse non ha fatto un grande affare.

A Roma, negli ambienti della destra berlusconiana, c’è chi fa la battuta che il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è il primo comunista a fare un “colpo di Stato” senza uso dei carri armati.

Una battuta è una battuta, ma il migliorista Giorgio Napolitano, allievo del moderato Giorgio Amendola, probabilmente non era comunista neanche quando militava nel Pci di Togliatti e Berlinguer. Ma è evidente che il nascente governo Monti è stato fortissimamente voluto da lui, quasi quasi che il migliorista al Quirinale volesse farsi perdonare tutte le firme apposte alle leggi che Berlusconi ha fatto ad personam in questi tre anni e mezzo. Qualsiasi boiata legislativa che il governo del Cavaliere sfornasse, Napolitano la controfirmava limitandosi a fare ogni tanto qualche smorfia o qualche sussulto con le sue sopracciglia. Ora davanti al baratro, con un Berlusconi arroccato a Palazzo Grazioli, quasi fosse una Salò del ventunesimo secolo, Napolitano ha deciso di prendere in mano la situazione e imporre il “suo” uomo a Palazzo Chigi. Tanto che alcuni osservatori parlano del primo governo presidenzialista nella storia della Repubblica italiana, nel senso di essere espressione del volere del Quirinale più che di Montecitorio e di Palazzo Madama. Non propriamente una procedura ortodossa – detto per inciso – se si prende alla lettera la Costituzione italiana.

Certo, Mario Monti sarà il futuro inquilino di Palazzo Chigi, per volontà di Napolitano. Ma non va dimenticato che Monti è un uomo di centrodestra, che nel 1994 dichiarò di aver votato Berlusconi (e non Ochetto, allora leader del centrosinistra), e che questo lo premiò nominandolo commissario europeo (assieme ad Emma Bonino) subito dopo aver vinto le elezioni.

Mario Monti è advisor della multinazionale Coca Cola, oltre che della Goldman Sachs, senza dimenticarsi la sua partecipazione alle super-lobby (forse meglio chiamarle super-logge) come il Club Bilderberg e la Trilateral commission, che fanno un baffo al Rotary club, ma tutto sommato anche alla P2.

Mario Monti è stato rettore dell’Università Bocconi, che per tutti gli anni ’80 e ’90 è stato il vero think tank del neoliberismo in salsa italiana, da cui Il Corriere della Sera, Il Sole 24 Ore e Affari e Finanza (supplemento di La Repubblica, per molti anni diretto da Giuseppe Turani) attingevano idee, visioni e proposte politiche da propinare all’opinione pubblica del Belpaese.

Silvio Berlusconi non è caduto perché al Quirinale siede un ex Pci, o perché il centrosinistra abbia organizzato un’imponente mobilitazione popolare contro il governo (come faceva negli anni ’70). Berlusconi va a casa perché contro l’Italia vi è stata un’importante speculazione finanziaria sui mercati dei capitali, che in poco tempo hanno creato una pressione tale da far gettare la spugna al re di Arcore (pressione che Pierluigi Bersani, capo dell’opposizione, non è mai riuscito ad esercitare così efficacemente!).

Ora sarebbe molto interessante indagare (ma non è mica per questo che esistono degli organi di controllo sulle borse, vedi Consob?) sul ruolo giocato dalla potentissima Goldman Sachs in queste speculazioni sull’Italia. Questa potentissima banca è già stata nell’occhio del ciclone in Spagna, dove ha esercitato contemporaneamente il ruolo di consulente del governo mentre speculava allegramente contro la stessa Spagna, obbligando di fatto Zapatero ad annunciare la sua uscita di scena dalla politica. La Goldman Sachs è la banca da cui proveniva Paulson, ministro del tesoro di Bush jr., che elaborò il piano da 700 miliardi di dollari per salvare le grandi banche e assicurazioni a stelle e strisce. Dalla Goldman Sachs proviene pure Rubin, già ministro del tesoro di Bill Clinton, che ovviamente nel 2008 è stato richiamato alla Casa Bianca da Obama con il ruolo di superconsulente per l’economia statunitense. Non conta se a Washington comandano i repubblicani o i democratici, la Goldman Sachs ha sempre perlomeno un uomo nella stanza dei bottoni.

Il novello capo della Banca centrale europea, Mario Draghi, che deve fronteggiare la crisi economica europea, guarda caso ha lavorato per Goldman Sachs. Lo stesso Romano Prodi, unico politico ad aver battuto alle elezioni Berlusconi (nel 1996 e nel 2006), oltre ad essere stato presidente dell’UE dal 1999 al 2004, è stato anch’esso membro di questa potentissima banca.

Le sorti del mondo, perlomeno di quello occidentale, sono influenzate, condizionate, e determinate dalla Goldman Sachs. I politici, come fanno in Italia in questi giorni, possono limitarsi a fare gli spettatori, applaudendo o facendo il broncio.

Ora, Berlusconi è indifendibile, e noi che l’abbiamo sempre criticato non ci sogniamo di cantarne le lodi proprio ora. Ma fermarsi un attimo a riflettere sul fatto che il centrosinistra italiano è tutto bello e contento nel divenire una stampella del neoliberista, con marchio di qualità Goldman Sachs, Mario Monti, forse sarebbe opportuno. Ancora più opportuno sarebbe verificare il ruolo di questa superbanca nella speculazione finanziaria che l’Italia ha subìto. Perché se Berlusconi era l’archetipo del conflitto di interessi, e su questo non ci piove, forse vi è anche un conflitto di interessi nell’essere “international advisor” di una banca che guarda caso sta facendo un’importante speculazione sui mercati per mandare a casa il papi del bunga bunga, e sempre guarda caso il suo posto di premier venga preso dall’international advisor della stessa banca.

Per fortuna in gioventù Massimo D’Alema, Pierluigi Bersani e Walter Veltroni hanno letto i libri di un certo Carletto Marx. Sarà arteriosclerosi, o il costo dell’hobby di fare barca a vela con panfili che non sono proprio alla portata del portafoglio della classe operaia, sta di fatto che questi signori, con un entusiasmo che loro chiamano senso di responsabilità, si accingono a sostenere il neo governo Monti, che taglierà pensioni e tutto il possibile, e che venderà quel poco che è rimasto allo Stato italiano per ripagare gli interessi dello stratosferico debito sovrano.

Mario Monti, come dicono tutti, è certamente una persona per bene. Sicuramente non va a letto con minorenni imparentate con l’egiziano Mubarak, sicuramente non ha mai avuto uno stalliere con rapporti molto stretti con la mafia, sicuramente non ha avuto la tessera 1816 della loggia massonica P2 di Licio Gelli, e sicuramente non ha corrotto l’avvocato inglese Mills.

Forse in Italia tutto ciò è già un grande progresso. Ma accingersi a fare una grande ammucchiata politica fra Popolo della libertà e Partito democratico, assieme a Fli, Udc, Idv e Sel, per sostenere il papà del neoliberismo italico come premier e imbarcare nel governo come tecnico qualche ciellino made in università cattolica di Milano, forse meriterebbe qualche analisi politica.

Veramente il centrosinistra italiano crede che da questa crisi, che non sarà breve, figlia delle politiche neoliberiste, se ne esca con un premier che ha sempre sposato le tesi liberiste e con un po’ di quella austerità estetica e moralizzante tanto gradita Oltretevere?

Forse la destituzione di un pessimo premier per mano della speculazione finanziaria non è la fine della politica, ma sicuramente il sostegno quasi giulivo della sinistra alle manovre di questa speculazione e l’approvazione di un governo di tecnici tutto made in Bocconi e università cattolica del Sacro Cuore di Milano è la fine del significato politico della parola sinistra.

P.S.: nei giorni scorsi un importante portale di informazione italiano dava come possibile ministro il docente della Bocconi Lanfranco Senn (che è di nazionalità svizzera), che negli anni ’90 era spesso relatore ai convegni all’Usi organizzati dal DFE di Marina Masoni e Sergio Morisoli. Se Morisoli perdesse la corsa per il Consiglio degli Stati, potremmo proporre a Monti di prendersi l’ex coordinatore del DFE alla sua corte, magari nell’attesa di divenire suo successore. Siamo certi che il centrosinistra italiano sosterrebbe pure un ciellino neoliberista come Morisoli. Non proviene dalla Goldman Sachs, ma è pur sempre un dirigente del Credit Suisse. Magari D’Alema (che è un habitué) coglierebbe l’occasione per invitarlo alla messa che ogni anno viene celebrata a Roma in memoria del fondatore di Opus Dei.

 

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