Pubblicato: lunedì, 16 aprile 2012

Pagheremo di più la benzina per finanziare la Chiesa?

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Insomma, se i conti dello Stato non tornano, ci toccherà foraggiare la Protezione Civile con 5 centesimi di nuove accise sul costo della benzina. Del resto, l’oro verde non costava ancora abbastanza. Di solito però, quando un cittadino finanzia qualcosa, si chiede dove finiscono i soldi e come vengono spesi. E allora siamo andati a spulciare il bilancio della Protezione Civile del 2011.

L’anno scorso, al Dipartimento della Protezione Civile sono state assegnate risorse per un totale di 1.897.972.867 euro. Siccome però la crisi colpisce tutti, il 30 luglio 2011 sono state apportate delle riduzioni di spesa pari a poco più 3 milioni di euro (3.193.527 euro). Su quasi due miliardi, il taglio non è stato certo determinante. Di questa enorme somma, circa il 63% (1.197.593.000 ) è stato assegnato alle varie Regioni per finanziare gli interventi di ricostruzione nelle zone in cui, negli anni passati, si erano verificate calamità naturali, oppure per l’organizzazione dei “Grandi Eventi”. Già questa prima voce del bilancio è poco chiara: perché si mettono sotto un unico capitolo di spesa due tipi di intervento profondamente diversi tra loro? Un conto è finanziare la ricostruzione, un conto è spendere per allestire grandi passerelle scenografiche per le comparsate televisive di autorità della politica, della religione e dello spettacolo.

Non si capisce ad esempio perché, tra quelli che vengono ritenuti Grandi Eventi organizzati tra il 2010 ed il 2015 – e che noi dovremmo contribuire a pagare – ci siano “Il congresso Eucaristico Nazionale” ed il “VII Incontro mondiale delle famiglie”. Senza dimenticare che nel precedente periodo – quello che va dal 2001 al 2009 – i nostri soldi sono stati sperperati per realizzare iniziative di dubbio interesse nazionale: si va dalle visite di Benedetto XVI ad Assisi, Genova, Savona, Brindisi e Santa Maria di Leuca all’Anno Giubilare Paolino, o all’Esposizione di San Pio da Pietrelcina. E poi ancora, sempre a titolo di esempio, c’è l’Incontro tra il Santo Padre e gli aderenti ai movimenti ed alle comunità ecclesiali, l’Agorà dei giovani italiani, la Celebrazione del IV centenario della nascita di San Giuseppe da Copertino ed il vertice intergovernativo Italo-Russo.

Veniamo adesso al tema della ricostruzione. Oltre alla parte di soldi contenuti in quei 2 miliardi scarsi, a questa voce vanno aggiunti i 350 milioni (il 18% del totale) per gli interventi di ricostruzione in Abruzzo a seguito del terremoto del 6 Aprile 2009. La Protezione Civile, infatti, sempre più si configura come quell’organismo che interviene dopo le tragedie per mettere le toppe e cercare di salvare il salvabile. Tanto che solo il 13% di quei 2 miliardi scarsi è stata spesa, nel 2011, per la prevenzione e la cura del territorio. Infatti poco più di 145 milioni (145.100.000) sono stati destinati al fondo per la prevenzione del rischio sismico e quasi 104 milioni (103.667.840) alle attività istituzionali di prevenzione e previsione delle emergenze. Tuttavia, a quest’ultimo gruzzoletto, va sottratta una parte (che non si sa a quanto ammonti) utilizzata per le spese di funzionamento del Dipartimento della Protezione Civile.

Sarebbe molto più intelligente finanziare in misura sufficiente la messa in sicurezza del territorio italiano, che è quasi interamente soggetto a rischio idrogeologico. Questa logica, oltre a salvare centinaia di vite innocenti (solo le vittime causate da frane e alluvioni, senza contare i terremoti, sono circa 7 al mese) porterebbe anche un bel risparmio nelle casse dello Stato. Ecco cosa emerge da uno studio del 2010 del Ministero dell’Ambiente: “il fabbisogno necessario per la realizzazione degli interventi per la sistemazione complessiva delle situazioni di dissesto su tutto il territorio nazionale è stimato in circa 40 miliardi di euro”. Che non è poco, ma che costerebbe molto meno di quanto costa, in realtà, intervenire ogni volta per riparare i danni. Infatti, lo stesso studio, poco più avanti precisa: “Per ogni milione speso per prevenire, ne abbiamo spesi 10 per riparare i danni della mancata prevenzione”.

Del resto il caso di L’Aquila è emblematico: si dovranno spendere decine di miliardi di euro per ricostruire la città e le frazioni limitrofe, ma non s’è fatto nulla per prevenire il rischio sismico e mettere in sicurezza gli edifici. Anzi, L’Aquila, indicata dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia ad alta pericolosità sismica, era stata in seguito inspiegabilmente classificata nella “zona due”, cioè di media pericolosità, nella Carta della classificazione sismica. Questo ha permesso di costruire edifici utilizzando tecniche applicate in città nelle quali il terremoto non rappresenta un grave pericolo. Col risultato, infatti, di palazzi sbriciolati come biscotti e 309 morti ammazzati.

Poi c’è un’altra voce nel bilancio 2011 che parla di 30 milioni di euro per il pagamento del canone annuale del termovalorizzatore di Acerra, che oltre ad aver avvelenato l’aria ha funzionato poco e male, con continue interruzioni e guasti imprevisti.

Ma servono davvero nuove tasse, insomma, se prima non si cambiano le regole di base e le strategie direttive? Mettere acqua in un colabrodo, è utile a qualcuno, tranne che ai soliti noti?

Valerio Valentini

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