Pubblicato: domenica, 15 Aprile 2012

Suicidi in Aumento: Retorica sull’Evasione Fiscale

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 Carlo Zucchi – Giovedì 12 altri due imprenditori si sono suicidati: un agricoltore di 53 anni di Altivole (provincia di Treviso), perché – complice anche la siccità – non in grado di coprire i debiti che gravavano sulle sue spalle, e un giovane imprenditore di 32 anni di Arezzo, oppresso dai debiti in seguito a una multa di 40 mila € comminatagli da Equitalia.

Quest’ultimo caso, poi, segue a distanza di pochi giorni la tragedia consumatasi davanti a una sede dell’Agenzia delle Entrate a Bologna, dove un artigiano si è dato fuoco il 28 marzo, per poi spirare 9 giorni dopo per via delle ustioni, perché strangolato dal fisco. Spiace dirlo, ma di queste morti di Stato è corresponsabile una stampa, quella italiana, la cui etica è ormai a livelli miseri, vuoi per faziosità, vuoi per incompetenza.

Da tempo, l’informazione si è appiattita in modo vergognoso sulla retorica della lotta all’evasione fiscale con una campagna mediatica infame che, facendo leva sull’invidia dei lavoratori nei confronti dei “padroni”, mira a spargere odio tra la popolazione e a spaccare in due il paese tra onesti e disonesti secondo il principio del divide et impera. Principio da sempre usato dai detentori del potere politico per far sì che il risentimento della popolazione sia incanalato verso determinate categorie di persone e non verso politici corrotti e incompetenti.

Una campagna mediatica, questa, non a caso orchestrata dai grandi quotidiani di proprietà di banchieri e grandi imprese, che da questo assetto fiscale ricavano privilegi ed esenzioni di ogni genere, potendo ricorrere ai più validi studi di commercialisti e riuscendo spesso a far figurare ricavi e poste dell’attivo all’estero, mentre i piccoli non fanno che subire legnate e vessazioni continue. Anche per questo non si può minimamente tollerare questa retorica anti-evasione ipocritamente pedagogica nei confronti di quei piccoli “bottegai” che si rifiutano di diventare soci di minoranza di uno Stato che quando c’è da lavorare si fa di nebbia, mentre quando c’è da incassare diventa l’azionista di maggioranza dell’impresa con una quota di prelievo di circa il 70% sugli utili lordi. A nessuno viene il dubbio che se si evade così tanto è perché è il sistema fiscale che è sbagliato?

E la menzogna più infame di questa campagna è quella secondo cui gli imprenditori sarebbero più poveri dei lavoratori dipendenti, in quanto i primi nel 2010 hanno dichiarato mediamente al fisco 19.259 €, contro i 19.810 € dei secondi. In realtà, nelle medie dell’imposta sulla persona fisica dell’imprenditore, queste statistiche non tengono conto delle imposte che già lui paga sull’utile di impresa e di tanti altri elementi, tra cui la vitalità e la mortalità delle imprese che in certi settori raggiunge il 50% annuo alterando le medie nazionali di settore, e gli splitting familiari, per effetto dei quali i redditi delle singole persone rilevati dalle statistiche sono più bassi, in quanto costituiti dalla suddivisione di un unico reddito tra più familiari. Del resto, anche Attilio Befera, nel corso di Matrix dell’11 gennaio, ha definito non veritiere queste medie che i telegiornali esibiscono con malcelato gusto per la gogna. Gogna a cui non ha fatto mancare la sua voce il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. «Non contrappongo all’Italia della solidarietà l’Italia della speculazione edilizia e dell’evasione fiscale, comportamenti che non meritano di essere associati alla parola Italia», queste le parole di Napolitano. Parole a cui è difficile trovare un aggettivo e che sprizzano retorica statalista da tutti i pori. Una retorica del tutto fuori luogo in un momento in cui la nostra costosissima pubblica amministrazione è a tal punto inefficiente da non riuscire a fornire dati sugli esodati e la casta politica di cui Napolitano fa parte non fa nulla per tagliare i suoi costi (i più alti al mondo) a cominciare dai rimborsi elettorali, forieri degli scandali che abbiamo sotto gli occhi in questi giorni.

Ma quel che sconcerta è il silenzio e l’indifferenza che circonda queste morti. Ormai sono entrate a far parte della nostra routine: ogni tot giorni qualcuno si toglie la vita. Imprenditori, lavoratori e perfino una casalinga alla quale è stata decurtata una pensione da 800 € al mese, vanno ad alimentare questa gelida e burocratica contabilità di morte. Sì, gelida e burocratica, perché i ritmi di questi decessi mi ricordano quelli che nella seconda metà degli anni Settanta, quando inizio il processo al nucleo storico delle Brigate Rosse, cadevano sotto i colpi dei compagni brigatisti ancora latitanti: ogni due o tre giorni un morto. Ma quella era un’altra Italia, anche nell’informazione, che pur lottizzata e asservita ai partiti, sentiva il bisogno di dare il massimo risalto a chiunque restasse ucciso sotto i colpi di un terrorismo vile e sanguinario, rosso o nero che fosse.

E lo faceva perché era priva di quel cinismo di cui è permeata l’Italia di oggi, a destra come a sinistra. Un cinismo cialtrone e insensibile nei confronti di chi rischia, intraprende e tiene in piedi ciò che resta dell’economia italiana nell’indifferenza più totale di un popolo ignorante e di questo governo voluto proprio da Napolitano, il quale farebbe bene a “sporcarsi” le scarpe in qualche capannone. Oltre a dire meno sciocchezze, scoprirebbe che questi imprenditori sono i proletari di questa epoca e che il lavoro è ben altra cosa da quella su cui lui e i suoi compagni di partito fanno retorica da più di 60 anni.

La lista nera degli imprenditori suicidi per colpa dello Stato – Equitalia

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